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Autore: Ortopedico Italia

Frattura del coccige: un grave rischio per gli anziani

Un osso piccolo, posizionato alla fine della colonna vertebrale, che quasi non si percepisce ma che quando viene lesionato o fratturato può causare dolori lancinanti.

Il coccige è un osso che contribuisce alla buona riuscita dei movimenti rotatori e aiuta a mantenere stabile il nostro corpo. È una struttura ossea, di forma triangolare, composta da quattro vertebre e posizionato inferiormente all’osso sacro.

Nonostante la zona del coccige sia protetta, traumi come cadute su dure superfici (ad esempio le scale o durante la pratica di uno sport) possono provocare lesioni dolorose.

Nella maggior parte dei casi, le fratture al coccige non comportano serie complicazioni ma causano intensi dolori. Per questo motivo, attività quotidiane come sedersi o passare l’intera giornata seduti al computer, in ufficio, possono diventare dolorosi per chi ha una lesione nella zona in questione.

Le donne sono più propense ad avere problematiche al coccige, sia a causa della loro stessa naturale anatomia sia per i cambiamenti a cui il loro corpo è soggetto in seguito alla gravidanza.

In seguito ad una frattura al coccige, il corpo ha bisogno di un periodo di recupero lento durante il quale è necessaria la diagnosi del medico.

Frattura al bacino negli anziani.

Il bacino è un insieme di ossa che legano il tronco ai membri inferiori e sostengono il nostro corpo.

Ogni anno, approssimativamente 1,6 milioni di persone soffrono a causa di frattura al bacino e questo tipo di trauma, soprattutto negli anziani, provoca molto serie problematiche.

A seconda della zona coinvolta e del numero dei punti di rottura, è possibile distinguere due tipi di frattura:

  • Frattura stabile: caratterizzata da un solo punto di rottura;
  • Frattura instabile: prevede due o più punti di rottura.

Queste tipologie di frattura possono manifestarsi sopratutto in relazione all’indebolimento delle ossa che diventano più fragili con l’avanzare dell’età ma anche con la nascita di dolori causati dall’osteoporosi (progressivo assottigliamento osseo). Ciò comporta che gli anziani siano più propensi a questo tipo di frattura ossea rispetto a persone giovani d’età la cui frattura del bacino può essere una conseguenza di un incidente.

Rimedi per frattura al bacino

In caso di di lieve frattura del bacino, nella maggior parte dei casi, non si hanno gravi problematiche e il trattamento sarà di tipo conservatorio, ovvero mediante il riposo che garantisce un consolidamento dei frammenti ossei.

Il problema più grave associato alla frattura del bacino è l’immobilità; per gli anziani il tempo di recupero aumenta e l’immobilità accresce il rischio di problemi circolatori e dermatologici oltre a limitare la loro autonomia ed indipendenza.

Quando si hanno i primi sintomi di dolore o difficoltà di locomozione, è consigliabile prenotare il prima possibile una visita ortopedica. La diagnosi verrà fatta in seguito all’analisi dei sintomi fisici ed una radiografia del bacino. In alcuni casi, quando la radiografia non mostra chiaramente la frattura, sarà necessaria una tomografia computerizzata o una risonanza magnetica.

La frattura al bacino deve essere trattata con un intervento chirurgico che aumenta le opportunità di un reale recupero. L’operazione verrà prescritta dal medico in seguito allo studio dello stato clinico del paziente anziano ma, in teoria, è indicato che venga eseguita nelle 48 ore successive all’incidente.

L’operazione prevede l’utilizzo di perni o viti che fissano le ossa. In determinati casi, lo specialista può optare per la rimozione di parte del bacino per sostituirlo con una protesi adeguata.

In seguito all’operazione, il paziente dovrà utilizzare necessariamente le stampelle o la sedia a rotelle per la deambulazione, in modo da evitare il carico sull’osso o le ossa del bacino fratturate, e successivamente dovrà iniziare un percorso riabilitativo con uno specialista.

Deformazione vertebrale: come correggere la scoliosi da adulti

Le origini della deformazione vertebrale 

La scoliosi è una patologia che colpisce dal 2 al 4% della popolazione e può manifestarsi sin dall’infanzia, maggiormente nelle donne.

Normalmente una colonna vertebrale è allineata con il corpo, quando invece il paziente soffre di scoliosi, la colonna tende a formare una curva verso uno dei due lati (o entrambi), formando una “C” o una “S”. Questa deformazione può causare dolori e problemi al paziente.

Se la colonna presenta una forte deviazione, si possono rilevare asimmetrie corporee visibili, come una spalla più bassa dell’altra o le costole o le anche più sporgenti da un lato.

La scoliosi si distingue in:

  • Scoliosi lombare (parte bassa della schiena)
  • Scoliosi dorsale (parte alta della colonna)
  • Scoliosi dorso-lombare (parte centrale e bassa della schiena)

Inoltre possiamo classificarla in:

  • Scoliosi funzionale: la deformazione intacca la muscolatura ma non la struttura ossea;
  • Scoliosi strutturale: in questo caso, la curva danneggia la struttura vertebrale.

Questa deformazione si presenta in età infantile, ma può manifestarsi anche in età adulta sopratutto dopo i 40/50 anni, principalmente nelle donne.

In questa fascia di età, la scoliosi si presenta a causa della poca stabilità delle vertebre ma può rappresentare anche una forma di peggioramento di una scoliosi già presente dall’età giovanile. Le gravi forme di scoliosi (ovvero oltre i 40/50°) hanno un potenziale evolutivo di un o due gradi ogni anno.

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La scoliosi e i sintomi in età adulta.

I principali sintomi e i segnali che possono essere percepiti, in relazione alla gravità della deformazione, sono:

  • Una spalle più alta dell’altra;
  • Una scapola più sporgente dell’altra;
  • La vita irregolare;
  • Un’anca più alta dell’altra;
  • Inclinazione del corpo verso un lato.

Al di là delle conseguenze estetiche, la scoliosi porta al paziente una serie di dolori muscolari, la cui intensità varia a seconda del grado di scoliosi, e sensazioni di debolezza alla schiena, sopratutto quando si passa molto tempo in piedi o seduti.

Nel caso in cui siano presenti uno, o più di questi sintomi, è importante rivolgersi subito ad un ortopedico affinché si possa iniziare un trattamento adeguato per migliorare la propria condizione.

Una diagnosi ed un trattamento tardivi e poco efficaci in età adolescenziale (scarsa attenzione, incuranza o naturale evoluzione della patologia) possono favorire il peggioramento della scoliosi in età avanzata.

Viene definita “de novo”, la deformazione vertebrale che colpisce gli adulti e si manifesta spesso nella zona lombare. I sintomi della scoliosi in età adulta possono essere:

  • Debolezza agli arti inferiori;
  • Limitata resistenza alla deambulazione;
  • Limitata resistenza alla stazione eretta prolungata;
  • Dolori lombari;
  • Scompensamento del tronco.

I rimedi per la scoliosi in età adulta.

Raggiunta una determinata soglia d’età risulta difficile poter recuperare del tutto lo scompenso causato da questa patologia ma ci sono degli accorgimenti che potresti valutare per migliorare la tua condizione e, di conseguenza, la tua vita!

Nei casi di una curva scoliotica inferiore a 40°, sono consigliati esercizi fisioterapici e posturali che possono migliorare l’assetto posturale, moderare il dolore e stabilizzare la deformazione, evitando un peggioramento. L’obiettivo principale della riabilitazione scoliotica è mantenere la funzione della colonna, prevenendo i sintomi a breve e a lungo termine.

È importante mantenere una buona tonicità nei muscoli dorsali, attraverso un’attività sportiva adatta al paziente in modo da rendere più stabile la colonna vertebrale, ed evitare il sovrappeso con una dieta equilibrata.

Invece, il trattamento chirurgico è rivolto ai pazienti la cui patologia è in condizioni gravi. Grazie a questa soluzione è possibile correggere la scoliosi e ripristinare la corretta lordosi lombare in maniera da contrastare la caduta del corpo in avanti.

Fondamentale è la prevenzione che, se prestata nei tempi e nelle dovute modalità, evita l’incombere di condizioni patologiche, migliora le condizioni di salute generale e la tua vita.

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Una deviazione di nome “scoliosi”

La scoliosi è una tipica deviazione della colonna vertebrale che va monitorata e trattata in maniera diversa a seconda della sua curva e della conseguente gravità.

La scoliosi è una deformità della colonna vertebrale che presenta una torsione, per questo le sue curve perdono la naturale forma.

Ma qual è la reale causa?

Potrà sembrare strano ma la medicina non ha ancora scoperto le effettive cause della quasi totalità dei casi di scoliosi.

Spesso questa patologia viene fatta valutare solo per ragioni estetiche, in quanto inizialmente non si presentano particolari dolori alla schiena.
In realtà le disfunzioni neuromuscolari che possono accompagnarsi alla scoliosi tendono a causare con il tempo danni a tutte le articolazioni, ai dischi intervertebrali e, successivamente, a produrre sintomi come mal di schiena, sciatica, contratture muscolari etc. 

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I diversi gradi della curva scoliotica

A causa della scoliosi, le curve della colonna vertebrale perdono la loro naturale forma. La migliore arma a disposizione dei medici è la diagnosi precoce e la prevenzione. Il trattamento dipende dalla gravità della curva della colonna vertebrale, per questo è importante, attraverso un’adeguata radiografia, controllare lo stato e la gravità della curva. La radiografia permetterà al medico di misurare i gradi di Cobb, grazie ai quali sarà possibile classificare la scoliosi in: lieve, media o grave.

Scoliosi 20 gradi

In generale, le curve che misurano dai 25 ai 50 gradi sono considerate ampie abbastanza da richiedere un trattamento.  Mediamente, al di sotto dei 30 gradi le probabilità di un suo peggioramento sono inferiori al 5-10%, mentre al di sopra dei 50 gradi superano il 90-95%. In quest’ultimo caso, infatti, verrà richiesto molto probabilmente un intervento chirurgico per ristabilire una postura adeguata. Ad ogni modo, qualsiasi sia il grado scoliotico, i trattamenti fisioterapici ed osteopatici possono essere d’aiuto. 

Scoliosi 30 gradi

Gli studiosi hanno fissato come limite massimo i 30 gradi Cobb.

Se arrivati alla maturità scheletrica (ovvero 18 anni circa), i gradi della curva superano i 30 gradi, il rischio di un peggioramento è più probabile. Alcuni studi hanno dimostrato che, all’incirca ogni due anni notiamo un peggioramento di 1 grado, ma ci sono diversi fattori che possono influire. Ciò che incide negativamente sulla funzionalità della colonna è la perdita di stabilità in tutto il tronco sul piano antero-posteriore (in avanti) o quando vi si associ uno spostamento laterale (strapiombo). La colonna vertebrale, perdendo il suo normale equilibrio, pende da un lato e cedere sempre di più fino a comportare il mal di schiena. Invece, entro certi limiti, la colonna riesce a rimanere “salda”.

Rotoscoliosi: di cosa si tratta davvero?

Scoliosi o rotoscoliosi? Spesso i due termini sono usati come sinonimi; in questo articolo cerchiamo di fare chiarezza, partendo dalle basi.

La scoliosi è una patologia della colonna vertebrale ed è caratterizzata da una curvatura anomala del rachide.

Ciò comporta un’alterazione della schiena ed una variazione della componente muscolare.

Il termine “rotoscoliosi” sta ad indicare il fatto che, oltre ad una deviazione laterale della colonna, si verifica anche una rotazione delle singole vertebre, le quali perdono il loro normale allineamento.

In sostanza, l’espressione “rotoscoliosi” indica l’aspetto rotativo delle vertebre che si verifica nella scoliosi.

Ma quali possono essere i sintomi visivi?

  • Gabbia toracica più pronunciata da un lato;
  • Una gamba apparentemente più corta dell’altra;
  • Scapole sporgenti;
  • Vita irregolare;
  • Spalle non regolari;
  • Fianchi sbilanciati.

Questi sintomi possono variare a seconda dell’angolo della curva di Cobb e del suo tasso di progressione.

La rotoscoliosi lombare varia a seconda della direzione della curva. Quindi parliamo di:

  • Rotoscoliosi lombare destro convessa, nel caso in cui la curva sia rivolta a destra;
  • Rotoscoliosi lombare sinistro convessa, quando, invece, è rivolta a sinistra.

Analizziamole nel dettaglio nel paragrafo successivo.

Rotoscoliosi nel dettaglio: lombare convessa destra e/o sinistra

Quando parliamo di rotoscoliosi lombare, destra e/o sinistra, convessa ci riferiamo ad una deformazione della spina dorsale che vede l’area lombare “sporgere” verso un lato specifico.

Sarà visibile, quindi, una curvatura verso destra (o sinistra) dell’area inferiore della spina dorsale.

Questa patologia è causata da uno spostamento della vertebra che ruota verso la convessità, ovvero la parte esterna della curva.

A causa di questa anomalia, con il passare del tempo, si crea una conseguente deformità delle vertebre.

É importante sottolineare che questa deviazione può verificarsi sia a destra che a sinistra. In questo caso, la colonna sarà inclinata da una parte, mentre la zona lombare tenderà verso l’altro lato.

Nel caso della rotoscoliosi lombare destro convessa, i muscoli della parte destra sono più deboli e non riescono a sorreggere la colonna che, infatti, tenderà a sporgere da lato in modo più o meno visibile.

La patologia descritta non tende a migliorare nel tempo, anzi, può peggiorare a causa di posture scorrette.

Le possibili soluzioni alla rotoscoliosi

La principale conseguenza della rotoscoliosi è il mal di schiena persistente. A lungo andare questo fenomeno può mettere a rischio il paziente, causando anche problemi respiratori, per questo è fondamentale intervenire in tempo.

La diagnosi può essere effettuata mediante delle radiografie di controllo.

La soluzione più accessibile e capace di alleviare i dolori dovuti da questa deformazione, è l’esercizio fisico appartenente alla ginnastica posturale.

Grazie a questa risoluzione, è possibile riequilibrare i muscoli così da sostenere meglio la colonna vertebrale. Il risultato dovrà essere quello di allungare i muscoli della parte convessa e far “retrarre” i muscoli della parte concava.

Intervenendo in questo modo, è possibile aiutare i pazienti ad evitare particolari dolori acuti.

In altri casi, invece, un tutore posteriore può essere d’aiuto in quanto impedisce alla curva di aggravarsi.

Per i pazienti più a rischio, la chirurgia spinale di fusione può essere consigliata al fine di correggere definitivamente la curva.

Quest’ultima soluzione, però, non viene consigliata facilmente, in quanto sono da considerare i diversi rischi e le possibili complicazioni che può comportare questo intervento invasivo.

Versamento ginocchio, come riconoscerlo e come intervenire

Il versamento articolare del ginocchio è solitamente visibile ad occhio nudo, a causa di un accumulo anomalo di liquido all’interno dell’articolazione del ginocchio o in corrispondenza di questa.

Il versamento al ginocchio provoca sicuramente gonfiore alla zona interessata. Quindi facilmente riconoscibile.

Liquido nel ginocchio

Il liquido nel ginocchio è un accumulo di liquido nell’articolazione fra femore e tibia o fra femore e rotula, una produzione eccessiva provoca gonfiore rendendo difficile il movimento dell’articolazione.

Sono molteplici fattori che possono causare l’accumulo del liquido nel ginocchio, quali:

  • l’artrite reumatoide, patologie del metabolismo e del sistema immunitario, le persone più anziane, infatti, ne sono più a rischio;
  • traumi, ad esempio come negli sport da contatto dove è molto più facile subire traumi da infortunio;
  • sovrappeso, siccome il proprio peso può appesantire l’articolazione usurandole poi nel tempo;
  • sedentarietà, che causa l’indebolimento dei muscoli, tendini ed articolazioni.

Liquido sinoviale ginocchio

L’eccessivo liquido al ginocchio può colpire la membrana sinoviale dell’articolazione, ed anche in questo caso provoca gonfiore e dolore, fino ad impedire completamente il movimento dell’articolazione.

Liquido ginocchio cosa fare

Quando si presenta l’accumulo del liquido al ginocchio è sempre necessario consultare un medico specializzato in ortopedia, in modo da poter intervenire subito curando con un trattamento specifico.

Liquido sinoviale al ginocchio come riassorbire

In caso di traumi leggeri, per riassorbire il liquido sinoviale al ginocchio è possibile intervenire semplicemente con riposo, tutore, ghiaccio e farmaci antinfiammatori, in altri casi, invece, potrebbe essere necessario intervenire con un intervento chirurgico.

È possibile prevenire l’accumulo del liquido nel ginocchio anche semplicemente facendo attenzione al proprio stile di vita. Mantenendo il controllo del proprio peso permetterà di non aggravare col peso sull’articolazione, se si svolge un attività fisica, sarà necessario rinforzare i muscoli della coscia, se si soffre, invece di una malattia già diagnosticata sarà importante controllarsi con visite mediche periodiche.

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Frattura ischio pubica: guida completa

La frattura ischio pubica può interessare una o più ossa del bacino e possono essere causa di un forte dolore anche in posizione seduta o distesa.

All’interno della categoria delle fratture pelviche si trovano fratture che presentano il distacco di un piccolo frammento osseo, fratture causate da forze lesive minime e fratture come conseguenza di forze lesive di maggiore intensità.

Frattura ischio pubica nell’anziano

Il classico caso di una frattura in conseguenza di una forza lesiva minima è la frattura pelvica in un soggetto anziano, molto spesso affetto anche da osteoporosi.

Quando si parla di forze lesive di alta intensità, , invece, si fa riferimento ad incidenti stradali o a traumi significativi.

Il bacino è situato nella parte inferiore del tronco e si compone di tre ossa:

  • ileo, ossia l’osso superiore e di maggiore grandezza del bacino, che si colloca nella parte posteriore;
  • pube, ossia l’osso centrale del bacino, che si colloca nella parte anteriore;
  • ischio, ossia l’osso inferiore del bacino, che si colloca nella parte posteriore.

Queste ossa formano una cavità all’interno della quale si inserisce l’estremità superiore del femore, con il quale formano l’articolazione dell’anca. Inoltre, il bacino si collega alla parte inferiore della colonna vertebrale tramite l’osso sacro.

Dunque, le fratture pelviche possono verificarsi nelle ossa iliache, pubiche o ischiatiche.

Frattura ischio pubica sintomi

In seguito ad una frattura del bacino, si riscontra un forte dolore all’inguine, anche in posizione distesa o seduta, il quale aumenta quando si prova a camminare.

Inoltre, nella zona, si individuano gonfiore e segni di contusione.

Se vi sono lesioni anche ad altre strutture, vi sono ulteriori sintomi, come sangue nelle urine, difficoltà nella minzione, incontinenza o sanguinamento da retto o vagina.

Le fratture pelviche più gravi possono comportare shock o emorragie anche letali o accompagnarsi a lesioni gravi anche ad altri organi.

Le fratture in cui vi sia stato danneggiamento anche della cavità articolare dell’anca, invece, comportano un’invalidità permanente.

Frattura branca ischio pubica cura

FRATTURA ISCHIO PUBE

In caso di sospetto di una frattura ischio pubica, è consigliato recarsi subito al pronto soccorso, dove verrà condotto un esame obiettivo per verificare l’eventuale presenza di altre lesioni e procedere ad ulteriori esami.

Tramite radiografia, è possibile individuare la maggior parte delle fratture pelviche.

Nella maggior parte dei casi, però, ad essa viene abbinata una tomografia computerizzata, tramite la quale è possibile individuare i diversi frammenti delle ossa fratturate e verificare la presenza di altre lesioni.

Inoltre, per accertarsi dell’assenza di lesioni alle vie urinarie, il medico procede ad esame obiettivo con esame neurologico, esplorazione rettale digitale, esame delle urine ed esame pelvico per le donne.

In caso di sospetto di lesione alle vie urinarie, si procede a tomografia computerizzata o ad altri esami di diagnostica per immagini per le vie urinarie.

Frattura branca ischio pubica trattamento

Quando si ha a che fare con una frattura ischio pubica di lieve entità, è sufficiente una terapia farmacologica a base di antidolorifici e l’esecuzione di movimenti leggeri.

Nel caso di fratture più importanti, invece, è necessario procedere a stabilizzazione e immobilizzazione del bacino con dispositivo esterno o con placche e viti inserite tramite intervento chirurgico.

Frattura branca ischio pubica riabilitazione

Per favorire un recupero graduale e duraturo, i medici consigliano di seguire un programma di riabilitazione e di fisioterapia adeguata, da abbinare ad una cura farmacologica per prevenire la formazione di coaguli sanguigni.

Fondamentale è il movimento periodico delle gambe, ma evitando in modo assoluto di sovraccaricare le ossa del bacino.

Frattura ischio pubica guarigione

Le fratture ischio pubiche stabili hanno una prognosi migliore rispetto alle fratture del bacino instabili: in entrambi i casi, si parla comunque di qualche mese per un recupero pieno.

Infatti, le fratture stabili presentano tempi di recupero inferiori e, in loro presenza, i pazienti rispondono in modo migliore ai trattamenti.

Inoltre, ulteriore elemento che depone nel senso di una prognosi migliore sta nel fatto che, per il loro trattamento, si può procedere anche con cure non invasive.

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Frattura tallone: una guida avanzata

La frattura del tallone è quella che interessa il calcagno, ossia l’osso del tallone, che si colloca nella parte posteriore del piede, ed è detta anche frattura calcaneare.

In genere, una frattura al tallone deriva da un trauma lesivo intenso: per questa ragione, difficilmente ci si troverà dinanzi ad una sola frattura del tallone, ma questa sarà, anzi, accompagnata spesso da lesioni a carico della colonna vertebrale o del ginocchio.

Un esempio può essere il caso di lesioni dovute ad attività sportiva, di incidenti stradali o di un soggetto che atterra sui piedi in conseguenza di una caduta da un’altezza considerevole.

Si pensi che, nel diciottesimo secolo, tale frattura era conosciuta anche come “frattura amante tallone” o frattura dell’amante, perché era l’infortunio più frequente negli amanti, i quali saltavano da finestre o balconi per scappare e non esser colti sul fatto.

Inoltre, alcune fratture calcaneari possono interessare anche l’articolazione e comportare una lesione alla cartilagine: è il caso di una frattura multipla tallone.

Altre fratture del calcagno possono essere anche fratture da stress, ossia fissurazioni dell’osso conseguenti a ripetute sollecitazioni della zona, in particolare ciò può accadere negli atleti come i corridori di fondo.

È possibile dire che questo tipo di fratture costituisce una parte minima delle fratture; tuttavia, può essere causa di problemi permanenti se non sono diagnosticate e trattate in modo adeguato.

Frattura tallone sintomi

Nei casi di frattura, il primo sintomo è quello di dolore al tallone al momento della palpazione.

Inoltre, piede e caviglia risultano visibilmente gonfi e possono essere contusi.

Come conseguenza del dolore, il paziente riporta impossibilità di porre carico su piede, tallone e caviglia.

Ulteriore conseguenza della frattura può essere lo sviluppo della sindrome compartimentale: ciò avviene quando il gonfiore preme sui vasi sanguigni vicini, interrompendo o riducendo così il flusso ematico e danneggiando i tessuti privi di sangue.

Frattura al tallone terapia conservativa

frattura del calcagno

Per la diagnosi di frattura al calcagno, i medici si basano in primis sui risultati delle radiografie, mentre, in casi più particolari, richiede l’esecuzione di una tomografia computerizzata.

Quest’ultima unisce la radiografia e la tecnologia informatica, dando in questo modo un’immagine tridimensionale della zona lesionata.

Il trattamento iniziale di una frattura calcaneare può essere di tipo conservativo con il ricorso ad un tutore, il rispetto di un periodo di riposo, l’applicazione del ghiaccio e la compressione e il sollevamento dell’arto.

In seguito, può essere necessario ricorrere ad ingessatura o a intervento chirurgico per favorire il riposizionamento dei frammenti ossei e per contribuire a mantenerli in sede, soprattutto quando si tratta di una frattura scomposta tallone.

Nei casi in cui il tipo di frattura lo richieda, può essere necessario sottoporre il paziente a intervento chirurgico.

Frattura tallone riabilitazione

Per superare al meglio una frattura del tallone, è necessario seguire un trattamento fisioterapico adeguato.

In primis, viene istruito il paziente a non caricare il calcagno fino a completa guarigione della frattura.

Il tempo di guarigione dipende dal tipo di lesione, ma possono volerci anche diversi mesi.

In considerazione del tipo di frattura, il medico può incoraggiare il paziente ad effettuare qualche primo movimento di piede e caviglia e a caricare la caviglia, ma senza arrivare a sentire dolore.

La fisioterapia prevede l’esecuzione di esercizi specifici che contribuiscano a migliorare la mobilità articolare di piede e caviglia e a rafforzare i muscoli di sostegno.

Nella fase di ripresa della deambulazione, il paziente potrebbe dover ricorrere ad un bastone o ad una calzatura contenitiva per proteggere l’articolazione da altre lesioni.

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Frattura epifisi distale del Radio: una guida completa

Le fratture dell’epifisi distale del radio sono molto frequenti in ogni fascia d’età e in entrambi i sessi.

Ad essere colpito da una frattura epifisi distale del radio è una vasta parte della popolazione, ma in modo particolare si verificano più facilmente in soggetti giovani che svolgano attività sportiva o in soggetti anziani interessati da osteoporosi.

Tuttavia, una frattura dell’epifisi distale del radio può avere anche origine traumatica, in particolare in seguito a traumi indiretti in estensione del polso, che possono produrre uno spostamento consistente.

Questo tipo di frattura è nota anche come frattura di Colles o di Poteau Colles.

In seguito ad essa, è fondamentale procedere ad un primo trattamento specifico e stabilire un adeguato protocollo riabilitativo: questo è necessario per ridurre i tempi di recupero e favorire la ripresa del paziente, riducendo le conseguenze dovute alla deformazione della lesione e la limitazione funzionale dovuta al dolore articolare.

Epifisi distale del radio frattura: anatomia

Il nucleo di accrescimento dell’epifisi distale del radio compare dopo il primo anno di età, mentre tra i 17 e i 21 anni nelle donne e tra i 20 e i 26 anni negli uomini si fonde con la diafisi.

Alla base dell’estremità distale vi è la faccia articolare carpale, rivestita di cartilagine e suddivisa in due faccette secondarie, quali la faccetta laterale per l’articolazione con l’osso scafoide e la faccetta mediale per l’articolazione con l’osso semilunare.

I nervi che possono essere coinvolti in caso di frattura scomposta epifisi distale del radio sono tre: il nervo mediano e il nervo ulnare, sulla faccia volare; il nervo radiale sulla faccia posteriore e laterale.

I legamenti che rinforzano la capsula articolare radio-carpica sono:

  • legamenti volari, quali legamento radio-carpico volare e legamento ulno-carpico volare;
  • legamenti dorsali: legamento radio-scafoideo, legamento radio-carpico e legamento ulno-carpico-dorsale;
  • legamenti laterali: legamento collaterale radiale e il legamento collaterale ulnare.

Frattura epifisi distale radio: esami

Il principale strumento diagnostico per verificare il tipo di frattura dell’estremo distale è la radiografica, attraverso proiezioni antero-posteriore e laterale.

Tramite radiografia, è possibile acquisire informazioni relativamente alla stabilità della lesione e trarne adeguate indicazioni per il trattamento.

Sono cinque le misurazioni radiografiche consigliate per valutare fratture dell’estremità distale del radio:

  • inclinazione palmare;
  • inclinazione radiale;
  • lunghezza del radio;
  • larghezza del radio;
  • variazione ulnare.

In caso di traumi in pazienti giovani e attivi, alla radiografia vengono affiancate TAC e RMN, per permettere al medico di individuare un trattamento più idoneo al caso.

Tipologie ed esiti frattura epifisi distale radio

Le fratture dell’epifisi distale del radio sono distinguibili in due tipologie:

  • le fratture extra articolari, che coinvolgono i 3 o 4 cm distali del radio;
  • le fratture intra articolari, che si estendono fino all’articolazione radio-carpica e radio-ulnare; sono molto frequenti nei soggetti anziani, nei quali il processo di invecchiamento comporta una riduzione del tono di calcio, rendendo l’osso più fragile.

Frattura composta epifisi distale radio

La frattura composta epifisi distale del radio è una frattura che sia incompleta o nella quale i frammenti di osso sono rimasti nella loro posizione anatomica.

Frattura scomposta epifisi distale radio

frattura del radio

La frattura scomposta, invece, è una frattura al cui interno i frammenti ossei sono male allineati.

In questo caso, si deve procedere ad una riduzione attraverso manipolazione dei frammenti della frattura in modo da posizionarli adeguatamente.

Frattura epifisi distale radio: trattamento

Il trattamento chirurgico è molto indicato in questo tipo di fratture, sia nelle fratture esposte che nelle fratture chiuse quando siano associate a fratture esposte nei pazienti traumatizzati cranici, negli anziani o nei politraumatizzati.

Il trattamento chirurgico permette una riduzione anatomica e stabile della frattura, così da ripristinare in breve tempo la mobilità articolare.

Il ricorso a questo tipo di trattamento è indicato per:

  • fratture a scivolamento volare, quando la riduzione non è stabile;
  • fratture a scivolamento dorsale, quando vi è una scomposizione secondaria non trattata dall’inizio e non riducibile con manipolazioni esterne;
  • fratture scomposte della stiloide radiale;
  • fratture intra articolari irriducibili;
  • fili percutanei;
  • fili inglobati nel gesso;
  • tecnica della cementazione nell’anziano;
  • riduzione a cielo aperto e sintesi con placca;
  • fissazione elastica endomidollare;
  • metodica di Ulson;
  • sistema Epibloc;
  • fissazione esterna.

Frattura epifisi distale radio riabilitazione

Le tecniche di rieducazione funzionale e di riabilitazione del polso sono fondamentali.

L’immobilizzazione del polso ha una durata variabile, in base alla tecnica di trattamento utilizzata.

Quando si tratta di fratture trattate in modo conservativo con apparecchio gessato brachio metacarpale e nelle fratture trattate con fili percutanei e gesso, l’immobilizzazione si aggirerà intorno alle cinque settimane.

Nel caso di fratture trattate con placca, il periodo di immobilizzazione, invece, si ridurrà a circa due settimana, mentre nelle fratture trattate con fissatore esterno si procede a neutralizzazione per quattro settimane e a dinamizzazione per le tre settimane successive.

Già durante l’immobilizzazione si procede al trattamento riabilitativo, per ridurre l’edema della mano ed evitare che la rigidità si estenda alle articolazioni vicine, quali gomito, dita e spalla.

Le metacarpo falangee devono essere lasciate libere dal gesso e vanno mobilizzate in modo attivo e passivo con esercizi di abduzione e adduzione ed esercizi di pinza tra il primo dito e le altre.

Inoltre, vanno eseguiti esercizi di abduzione, rotazione esterna e retroposizione della spalla, nonché di flesso-estensione del gomito, che permettono di mantenere integre le capsule articolari e di prevenire l’inspessimento tendineo e le aderenze delle articolazioni non coinvolte.

Una volta rimossa l’immobilizzazione, si procede in modo progressivo con esercizi attivi, passivi e contro resistenza, da eseguire con la guida del terapista.

Per ridurre il dolore, possono essere applicate sull’estremo distale del radio frequenze elettrice tra i 50 e 100 Hz, come impulsi di bassa intensità e dalla durata tra i 60 e 150 microsecondi.

Inoltre, è importante procedere al trattamento dell’edema con massaggio superficiale per far riassorbire i liquidi: il massaggio non deve mai andare in profondità, altrimenti si correrebbe il rischio di flogosi, che comporta la comparsa delle calcificazioni periarticolari. Proprio per evitare tale rischio, si preferisce ricorrere a drenaggio linfatico.

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Protesi di Gomito

L’intervento di innesto di una protesi al gomito è un intervento a cui si ricorre in presenta di un danno articolare.

In questi casi, infatti, la protesi di gomito permette di sostituire la superficie articolare danneggiata servendosi di materiali non biologici, capaci di riprodurne la forma e da consentire il movimento.

L’articolazione del gomito è composta da tre elementi, che permettono di eseguire i movimenti di flessione ed estensione e di pronazione e supinazione.

Intervento protesi gomito

Si ricorre ad un intervento di protesi del gomito in diverse circostanze nelle quali il comune denominatore è dato dalla presenza di un danno grave alla superficie articolare.

Il primo caso in cui si ricorre all’intervento è quello di malattie degenerative, in particolare l’artrite reumatoide e l’artrosi.

Inoltre, può essere indicato anche in caso di fratture recenti dell’omero distale e di pseudoartrosi, ossia quando non si verifica il processo di consolidazione della frattura.

In particolare, l’intervento è indicato per i pazienti anziani che abbiano limitate richieste funzionali o che presentino situazioni cliniche che impediscano l’osteosintesi.

Di contro, si sconsiglia l’opzione chirurgica quando vi siano pazienti giovani e con alte richieste funzionali e per i pazienti che presentino un’infezione attiva a livello locale o sistemico o cicatrici retraenti nella regione del gomito, ciò è dovuto dalla presenza di un alto rischio che si verifichi una necrosi cutanea.

Protesi gomito capitello radiale

protesi al gomito

Alla protesi al gomito si ricorre anche in caso di fratture del capitello radiale, le quali possono interessare il capitello, il collo del radio o entrambe le componenti.

Si tratta del caso più frequente di frattura del gomito e può essere causato da una caduta sul palmo della mano.

Questa frattura può essere di quattro tipi: frattura ad un solo frammento composta, frattura ad un solo frammento scomposta, frattura pluri-frammentaria e frattura con lussazione del gomito.

Protesi gomito: tipologie

Esistono due diversi tipi di impianto:

  • la protesi gomito totale, che riproduce la superficie articolare del gomito attraverso la componente omerale e la componente ulnare, accoppiate tra loro tramite una componente in metallo polietilene; questo tipo di protesi può essere con cerniera o senza cerniera, a seconda che vi sia o meno una cerniera a creare un vincolo meccanico tra le due componenti; le protesi a cerniera hanno una decisa stabilità intrinseca e sono le più utilizzate in Italia e negli Stati Uniti; le protesi senza cerniera, invece, fondano la loro stabilità sulla ricostruzione capsulo-legamentosa e sul bilanciamento delle parti molli;
  • la emiartroprotesi omerale, che prevede la sostituzione solo dell’estremità distale dell’omero con una protesi in metallo, la quale deve adattarsi alla superficie ulnare e radiale contrapposta.

Protesi gomito riabilitazione

In seguito all’intervento di innesto, il paziente dovrà seguire un percorso di riabilitazione e prestare adeguata attenzione nell’utilizzo dell’articolazione operata.

Nell’immediato post operatorio, viene prescritto l’utilizzo di una gomitiera per poi decidere come posizionare il gomito con una valva in estensione o in flessione e quando iniziare la terapia, soprattutto in base al tipo di intervento, alla tecnica utilizzata e alle condizioni della cute.

Durante il percorso riabilitativo, il fisioterapista guida il paziente nell’esecuzione di esercizi finalizzati alla mobilizzazione auto-assistita dell’arto in movimenti di flesso-estensione e prono-supinazione.

Inoltre, il paziente dovrà evitare l’esecuzione con l’arto operato di attività faticose o di gesti ripetitivi e gravosi.

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Protesi di Spalla

I casi in cui può essere necessario ricorrere ad un intervento di protesi spalla possono essere di diverso genere, così come di diverso tipo possono essere le protesi utilizzate.

Una protesi alla spalla può innestarsi solo sulla testa dell’omero o sostituire anche la parte glenoidea a livello scapolare: nel primo caso, si parla di protesi spalla parziale, mentre nel secondo caso di protesi di spalla totale.

Oggi, si sente parlare spesso anche della tecnica della protesi inversa spalla: si tratta di una nuova procedura di chirurgia della spalla degenerativa, che ha permesso di ottenere risultati migliori nell’ambito della chirurgia protesica, soprattutto nei casi di artrosi della spalla.

Protesi spalla applicazioni

Le principali applicazioni di una protesi alla spalla sono quelle in presenza di artrosi, in cui vi è una perdita della cartilagine di rivestimento con scomparsa dello spazio articolare tra omero e scapola e la formazione di osteofiti, ossia delle escrescenze ossee.

L’artrosi della spalla può essere primaria o secondaria, dovuta a traumi, a malattie infiammatorie a carico dell’articolazione, come l’artrite reumatoide, a patologie metaboliche, a malformazioni anatomiche o allo svolgimento di attività usuranti per l’articolazione della spalla.

Si ricorre all’intervento di protesi quando il trattamento conservativo non abbia dato i risultati sperati, quando la limitazione funzionale sia grave o quando il dolore sia seriamente invalidante.

Inoltre, si opta per un intervento di protesi alla spalla anche nei casi di osteoartrite, ossia una patologia degenerativa che vede l’usurarsi dell’articolazione dovuta all’avanzare dell’età.

Ancora, l’intervento di protesi spalla è necessario per i pazienti con artrite reumatoide, osteonecrosi, artropatia della cuffia dei rotatori o gravi fratture della spalla.

La decisione se optare o meno per un intervento di innesto di una protesi spetta allo specialista, in seguito alla presa visione del quadro clinico del paziente e in considerazione di una serie di fattori, quali il livello di dolore e i sintomi, il grado di compromissione della funzionalità dell’articolazione, nonché l’età, le condizioni di salute e lo stile di vita del paziente.

Protesi spalla inversa

L’idea di una protesi inversa di spalla è nata negli anni ’80 da un chirurgo francese.

Questo intervento consiste nell’inversione della normale geometria della spalla, con la sostituzione della concavità della glena con una convessità, rappresentata dalla glenosfera metallica.

Tale tipologia di intervento permette di migliorare le leve della spalla.

In origine, la protesi inversa della spalla nasce solo per le artropatie eccentriche di spalla dovute ad insufficienza di cuffia.

In seguito, è stata utilizzata anche per il trattamento chirurgico delle artrosi concentriche gravi e delle patologie legate alla lesione cronica irreparabile della cuffia dei rotatori, anche in mancanza di grave artrosi.

Protesi inversa di spalla complicanze

Il rischio di insorgenza di complicanze dovute all’innesto di una protesi inversa di spalla riguarda circa il 20% dei casi e l’insorgere di complicanze generali, quali tromboembolia o infarto sono davvero rare.

Tuttavia, è importante sapere che il rischio di complicanze può aumentare in presenza di alcune malattie croniche e abitudini scorrette: è il caso, ad esempio, di diabete e fumo.

In genere, le complicanze hanno un’incidenza maggiore quando la protesi inversa viene impiantata in seguito a fratture o in sostituzione di precedenti protesi.

Le complicanze più frequenti sono:

  • lussazione e instabilità della protesi inversa, che possono verificarsi nei primi mesi dopo l’intervento; nella maggioranza dei casi, è sufficiente ricorrere ad un trattamento conservativo e ad un tutore, mentre in altri casi può essere necessario un nuovo intervento;
  • rigidità dell’articolazione e deficit di forza, che possono essere causate da aderenze cicatriziali; in questi casi, si ricorre alla fisioterapia per migliorare tali disturbi; quando vi è un deficit di forza nei movimenti di extra rotazione, invece, si può ricorrere ad intervento chirurgico di trasposizione del muscolo gran dorsale;
  • infezione, che può presentarsi più in superfice intorno alla protesi o in profondità, nell’immediatezza dell’intervento o anche dopo anni da questo; quando si tratta di infezioni locali, si ricorre all’assunzione di antibiotici, mentre in caso di infezioni gravi o profonde può essere necessario procedere alla rimozione della protesi.

Protesi inversa spalla riabilitazione

In seguito ad un intervento di innesto di una protesi spalla inversa, si consiglia di seguire un percorso di riabilitazione.

Il protocollo riabilitativo da adottare in questi casi non è definito e condiviso, questo perché esistono molti elementi che possono influire in modo significativo sul recupero post operatorio.

Tra questi, vi sono:

  • lo stato preoperatorio di muscoli, tendini e articolazione;
  • il livello di allenamento del paziente;
  • la qualità ossea dell’omero e della scapola;
  • l’integrità della residua parte della cuffia dei rotatori;
  • la causa dell’intervento di protesi;
  • il tipo di impianto utilizzato.

In genere, il percorso fisioterapico dovrà investire tre aspetti: la protezione dell’articolazione, la funzione del deltoide e le aspettative funzionali.

Il percorso di riabilitazione inizia subito dopo l’intervento: nelle prima settimane, vi è un maggiore rischio di lussazione antero inferiore della protesi, per cui il paziente dovrà essere guidato in modo tale da evitare il compimento di determinati movimenti e attività.

Nella maggior parte dei casi, viene consigliato l’utilizzo di un tutore per sostenere il braccio in abduzione durante le prime settimane e per un periodo la cui durata varia a seconda dello stato di muscoli e tendini.

La stabilità e la mobilità di una spalla con protesi inversa dipendono dal deltoide e dalla muscolatura periscapolare, per cui sarà fondamentale rinforzarli già durante la prima fase post operatoria.

Inoltre, la scarsa mobilità gleno omerale viene compensata attraverso un incremento della mobilità della zona scapolare, per cui è necessario rinforzare la muscolatura periscapolare in modo graduale, attraverso l’esecuzione di attivazioni isometriche del deltoide già durante la prima settimana.

Dopo circa 6-8 settimane, si potrà procedere all’esecuzione di esercizi di rinforzo con contrazioni isotoniche di deltoide e muscoli periscapolari.

Per la ripresa delle attività quotidiane, possono essere eseguiti esercizi aspecifici, che vadano a stimolare la muscolatura scapolo omerale.

Nel caso di pazienti giovani, con un buon livello di allenamento muscolare e con l’obiettivo di una rapida ripresa dell’attività sportiva, invece, si deve impostare un lavoro di rinforzo specifico, che preveda anche lo svolgimento di esercizi che simulino i gesti atletici.

Costo protesi spalla

I costi per un intervento di protesi alla spalla possono variare in considerazione della tipologia di protesi, del tipo di intervento e dei costi propri della singola clinica.

In media, questi oscillano tra i 10 mila e i 15 mila euro.

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