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Autore: Ortopedico Italia

Frattura del Quinto dito del piede o mignolo: Consigli, terapia e prodotti consigliati

La frattura del quinto dito del piede, nota anche come frattura del mignolo, è una lesione comune causata da traumi diretti o stress ripetuti. In questo articolo, esamineremo sintomi, diagnosi, opzioni terapeutiche e prodotti consigliati per il recupero.

Sintomi della Frattura del quinto dito del piede

I principali sintomi di una frattura del quinto dito del piede includono:

  • Dolore intenso e immediato nella zona del mignolo.
  • Gonfiore e lividi intorno al dito.
  • Difficoltà nel camminare o nel mettere peso sul piede.
  • Deformità visibile nel caso di fratture gravi.

Diagnosi della Frattura del quinto dito del piede

Per una corretta diagnosi di una frattura del quinto dito del piede, è essenziale consultare un medico che potrebbe richiedere:

  • Esame fisico del piede.
  • Radiografie per confermare la presenza e l’entità della frattura.

Terapia per la Frattura del quinto dito del piede

Il trattamento dipende dalla gravità della lesione e può includere:

  • Riposo: Evitare di mettere peso sul piede per permettere la guarigione.
  • Ghiaccio: Applicare ghiaccio sulla zona interessata per ridurre il gonfiore.
  • Compressione: Usare bende elastiche per sostenere il piede.
  • Elevazione: Tenere il piede sollevato per diminuire il gonfiore.
  • Calzature protettive: Indossare scarpe speciali per proteggere il piede e facilitare il camminare.

Intervento Chirurgico

In alcuni casi, potrebbe essere necessario un intervento chirurgico, specialmente se la frattura è scomposta o non guarisce correttamente con i trattamenti conservativi. L’intervento può includere la fissazione interna con viti o placche per stabilizzare le ossa fratturate.

Prodotti consigliati

Per favorire una corretta guarigione e protezione del piede, consigliamo la scarpa per alluce valgo Donjoy, disponibile al seguente link: Scarpa per Alluce Valgo Donjoy. Questa calzatura offre un eccellente supporto e comfort durante il periodo di recupero.

La frattura del quinto dito del piede è una lesione comune ma gestibile con il giusto trattamento. Seguire i consigli degli ortopedici e utilizzare i prodotti adatti può accelerare il recupero e prevenire complicazioni.

Innovazioni e sfide nell’Ortopedia italiana

L’ortopedia in Italia sta vivendo un’era di significativi progressi e affronta diverse sfide, soprattutto nel contesto delle restrizioni imposte dalla pandemia. Un esempio di eccellenza è il reparto di ortopedia dell’ospedale di Merate, efficacemente guidato dal Dr. Antonio Rocca dal 2020. Nonostante le difficoltà operative legate alla pandemia, il reparto ha mantenuto elevati standard di performance, eseguendo centinaia di operazioni in tempi ristretti.

Contemporaneamente, la Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT) è impegnata a correggere numerosi malintesi sulla disciplina. Sta combattendo contro miti diffusi, come quelli dei “nervi accavallati” o diagnosi imprecise di “cervicale”, promuovendo una comprensione più rigorosa e scientifica dei disturbi muscolo-scheletrici.

A Roma, l’Ortopedia Malatesta si adatta alle esigenze crescenti della popolazione offrendo un’ampia gamma di ausili ortopedici e sanitari. Questi includono servizi all’avanguardia come il noleggio e la consegna a domicilio di dispositivi per la mobilità, rispondendo così direttamente alle necessità dei suoi clienti.

Recentemente, a Enna, le nomine della dottoressa Viviana Zarbà e del Dr. Francesco Campo segnano un passo avanti nella regionalizzazione dei servizi, con l’obiettivo di migliorare l’accesso e la qualità dell’assistenza ortopedica, dimostrando un impegno costante nell’adeguare le risorse umane alle esigenze sanitarie locali.

Queste iniziative illustrano un settore in continua trasformazione, che si dedica al miglioramento dell’accesso e della qualità delle cure ortopediche in Italia, enfatizzando un forte impegno verso l’innovazione e l’eccellenza nell’assistenza.

Distorsione alla caviglia: sintomi, valutazione e trattamento osteopatico

Quando ci si imbatte in una distorsione alla caviglia è importante, dopo il recupero, affrontare un percorso che consenta di recuperare appieno tutte le funzionalità della parte interessata.
È utile, in questo caso, affidarsi al trattamento osteopatico che permette di alleviare il dolore alla caviglia grazie ad interventi manipolativi specifici che consentono di migliorare la libertà di movimento.
Quando si prende una storta al piede di grado elevato, il primo intervento a cui affidarsi è necessariamente quello medico. Solo in una fase successiva sottoporsi ad alcune sedute di manipolazione osteopatica consente di evitare che il dolore caviglia diventi cronico, eliminando i fastidiosi disturbi che un incidente simile può provocare.
In questo articolo analizzeremo nel dettaglio questo tipo di problematica e come è possibile intervenire tramite l’osteopatia, così da capire come questo tipo di approccio possa rivelarsi un alleato molto valido nel caso di distorsione alla caviglia, soprattutto in chi soffre di cronicizzazione del fastidio.

Tutto quello che c’è da sapere sulla distorsione alla caviglia: come riconoscerla e i diversi gradi di gravità

Tra i traumi più comuni c’è, sicuramente, la distorsione alla caviglia. Questo tipo di incidente va a colpire il piede e le sue varie articolazioni.
Alcuni dati statistici evidenziano come questo tipo di problema venga causato, nell’84% dei casi, da movimenti eccessivamente bruschi verso la parte interna, fattore che porta a un’inversione del piede. Nella percentuale restante dei casi, invece, il piede si muove verso la parte esterna, movimento che provoca l’eversione del piede.
Quando ci si imbatte in tale problematica, le ossa e i legamenti che compongono il piede subiscono un movimento non fisiologico per poi, nella maggior parte dei casi, ritornare nella posizione normale.
Superare questo limite naturale provoca uno stiramento che colpisce la parte capsulo-legamentosa e, in casi estremamente gravi, lesioni articolari e fratture. Ad essere coinvolti nell’evento traumatico sono, quindi, tutti i componenti articolari ovvero ossa, legamenti, muscoli e tendini che fanno parte della caviglia.
Nelle casistiche in cui il piede va verso l’interno, ovvero quando avviene un’inversione, spesso si possono generare dei danni al legamento peroneo-astragalico posto nella parte anteriore. Queste lesioni possono essere sia totali che parziali.
Nei casi di eversione, con movimento verso la parte esterna, a patire le conseguenze peggiore può essere il legamento deltoideo che, solitamente, subisce uno stiramento.

Come riconoscere la gravità di una distorsione alla caviglia


Il dolore alla caviglia si concentra, quasi sempre, nella parte frontale e sotto il malleolo laterale, situato nella zona laterale del perone. Una delle conseguenze di questo tipo di lesione è la difficoltà nel deambulare, con i dolori che possono anche diventare cronici. A causa dei comparti legamentosi che tendono a restare lassi, ossia dotati di poca tensione, il movimento aumenta portando ad una condizione di ipermobilità e la stabilità articolare diminuisce.
Possiamo distinguere diversi livelli di gravità quando parliamo di distorsione alla caviglia, e sono i seguenti:

  • di primo grado, caso in cui il legamento della caviglia subisce un tipo di deformazione elastica. Si verifica, quindi, un allungamento che non provoca una lesione;
  • di secondo grado, livello che identifica le distorsioni in cui il legamento riceve una rottura parcellare che può verificarsi più volte;
  • di terzo grado, il caso più grave in cui avviene una rottura totale del sistema capsulo-legamentoso. È necessario intervenire tramite un’operazione chirurgica.

Analizzare le caratteristiche della distorsione alla caviglia e i diversi gradi di gravità serve a comprendere quale tipo di trattamento medico od osteopatico risulta essere più adatto al caso specifico. In questo modo, sarà più semplice capire come intervenire per risolvere la problematica.
Di seguito, vedremo nel dettaglio come un trattamento da parte di un osteopata possa migliorare le conseguenze che si generano da una distorsione alla caviglia, apportando notevoli benefici al paziente che potrà recuperare appieno le funzionalità della zona colpita dal trauma.

I benefici del trattamento osteopatico a supporto di una distorsione alla caviglia


Sottolineando subito che un primo approccio a una distorsione alla caviglia debba essere di tipo medico, tramite i dovuti accertamenti e gli esami che consentono di analizzare nel dettaglio la problematica e il grado di distorsione, successivamente è possibile rendere più efficace il recupero tramite l’osteopatia.
Questo tipo di intervento manipolativo è un valido alleato per superare il dolore che colpisce la caviglia oggetto dell’incidente. In questo settore si interviene, innanzitutto, attraverso un protocollo medico specifico conosciuto con il nome di PRICE, acronimo che sta per Protect, Rest, Ice, Compression, Elevation.

Il ruolo dell’osteopata nel trattamento della distorsione alla caviglia

Questo tipo di approccio serve a stabilizzare possibili edemi o gonfiori che potrebbero rendere meno efficaci e più complessi gli interventi manipolativi. Nel momento in cui può agire, l’osteopata punta a ricercare il movimento fisiologico dell’articolazione. Inoltre, uno degli obiettivi principali di questo professionista è quello di evitare che il fastidio e il dolore alla caviglia si cronicizzi, così da rendere più efficace il percorso verso il recupero totale della mobilità, senza imbattersi in riduzioni di flessibilità o in instabilità. L’osteopata, anche nel caso di distorsioni di caviglia, pone particolare attenzione anche alla tensione muscolare generata dalle cicatrici, quando esse dovessero provocare dolore durante attività di sforzo. Tramite l’intervento manipolativo, l’obiettivo in questo senso è quello di favorire quanto più possibile un buon scorrimento dei tessuti.
Affidarsi a un trattamento di osteopatia, come consiglia Luca Signorini, affermato osteopata a crema, dopo una distorsione alla caviglia, quindi aiuta, in associazione al trattamento medico a raggiungere e favorire il recupero, prevenendo nel tempo disagi e fastidi. Ovviamente, una volta gestita la parte acuta del trauma, l’obiettivo deve essere quello di recuperare confidenza nell’approcciare il movimento con esercizi specifici che dovranno essere dosati gradualmente nel tempo per ridare stabilità articolare e prevenire ricadute.
Se vuoi gestire una distorsione, contatta un osteopata esperto che, mediante un trattamento manipolativo non invasivo, ti consentirà di superare questo tipo di problematica e di non vivere situazioni di dolore croniche.

Lesione del legamento crociato posteriore: cos’è e cosa fare

Il legamento crociato posteriore è uno dei legamenti più resistenti del ginocchio e si sviluppa tra il femore e la tibia, con il ruolo di stabilizzatore del ginocchio impedendo la traslazione posteriore del piatto tibiale e un’eccessiva rotazione esterna del ginocchio.

Questo legamento collabora con il crociato anteriore per garantire la stabilità dell’articolazione ed è costituito da una parte antero-laterale ed una postero-mediale.

Lesione del legamento crociato posteriore: le cause

La lesione del legamento del crociato posteriore rappresenta il 10% dei casi di lesioni che interessano l’articolazione del ginocchio, verificandosi sempre in seguito a traumi ad alta energia.

Il caso più frequente riguarda incidenti automobilistici, in cui la parte superiore della tibia va ad urtare molto violentemente contro il cruscotto dell’autovettura.

Un’altra causa della lesione del legamento del crociato posteriore è da ricercare negli sport di contatto come rugby, l’hockey, etc. e dai forti traumi al ginocchio o alla parte superiore della tibia che ne possono derivare.

Lesione del legamento crociato posteriore: sintomi e diagnosi

In caso di lesione del legamento crociato posteriore i sintomi dipendono dall’entità della lesione. Come succede per le lesioni del legamento crociato anteriore, possono verificarsi dolore e difficoltà nel compiere i movimenti o nello stare per troppo tempo in posizione eretta, oltre ad una sensazione di rottura interna all’articolazione durante il trauma.

Nel caso in cui la lesione fosse di grave entità, si possono riscontrare problemi di instabilità articolare, soprattutto in presenza di ulteriori lesioni associate.

Per diagnosticare la lesione del legamento crociato posteriore, lo specialista dovrà valutare lo scivolamento posteriore della tibia rispetto al femore e la lassità legamentosa del ginocchio. La visita sarà associata e supportata da esami strumentali come una radiografia, risonanza magnetica o TC al fine di valutare la presenza di ulteriori fratture o lesioni ossee o legamentose.

Lesione del legamento crociato posteriore: trattamenti

I trattamenti per le lesioni del legamento crociato posteriore possono essere di tipo conservativo o chirurgico. L’approccio conservativo consiste in un’efficace fisioterapia e l’utilizzo di tutori, riuscendo spesso a favorire la riabilitazione e il recupero delle funzionalità del ginocchio. L’efficacia del trattamento fisioterapico è dovuta al fatto che il crociato posteriore, a differenza di quello anteriore, possiede buone capacità di guarigione.

Nel caso in cui si verifichi la rottura completa del legamento o l’inefficienza dell’approccio conservativo si procede con l’intervento chirurgico, soprattutto se il paziente è un giovane sportivo. L’operazione è eseguita con tecnica artroscopica, che si esegue in anestesia loco-regionale con minima invasività. La tecnica a cielo aperto non è più utilizzata se non in casi di lussazione della rotula o lesioni alla capsula articolare.

Si sostituisce il legamento rotto con un neo-legamento e si procede con l’asportazione dei residui del legamento rotto, vengono realizzati i tunnel ossei in femore e tibia per il neo-legamento, che verrà inserito e fissato. il neo-legamento può essere sia un tendine prelevato dallo stesso paziente o un tessuto proveniente da un donatore di organi.

Lesione del legamento crociato posteriore: riabilitazione

La riabilitazione post-operatoria è un tassello fondamentale per la ripresa della mobilità articolare e per la buona riuscita dell’intervento. Le tecniche riabilitative variano a seconda della tecnica operativa utilizzata: è importante che la mobilizzazione sia continua, pur tenendo sotto controllo il dolore.

Lo step successivo è mirato alla tonificazione muscolare e alla deambulazione. I tempi di guarigione variano a seconda delle condizioni articolari e, in generale il paziente inizia a deambulare con l’ausilio di doppio bastone dopo 2/3 giorni e impiega circa 45 giorni per deambulare correttamente e in modo autonomo mentre, per la ripresa dell’attività sportiva bisogna attendere un periodo di circa 6 mesi.

Infiammazione del Bicipite Brachiale: cause, sintomi e trattamenti

La struttura del bicipite brachiale: un approfondimento

Il nostro corpo è una macchina perfettamente progettata, composta da componenti complessi che lavorano insieme. Prendendo in considerazione il braccio, troviamo il bicipite brachiale, un muscolo chiave nella funzionalità dell’arto superiore. Questo muscolo si divide in due parti: il capo lungo, situato lateralmente, e il capo breve. Il capo lungo, proveniente dalla capsula articolare, si collega direttamente alla scapola, mentre il capo breve si origina dal processo coracoideo della stessa scapola.

Entrambi i capi si fondono per creare un singolo ventre muscolare, determinando la capacità di flessione e supinazione dell’avambraccio, di flessione del braccio, e di una serie di movimenti della spalla, tra cui estensione orizzontale, adduzione, abduzione e rotazione interna.

Ti potrebbe anche interessare l’articolo di approfondimento sull’infiammazione del capo lungo del bicipite

Infiammazione del Bicipite Brachiale: Cause e Manifestazioni

A volte, il capo lungo del bicipite può subire un processo infiammatorio, condizione nota come tenosinovite. Questo disturbo può derivare da un uso eccessivo, un sovraccarico, o piccoli traumi ripetuti, spesso correlati ad attività fisiche o sportive.

I sintomi possono variare ampiamente, includendo dolore acuto, rigidità, sensazione di gonfiore o calore, limitazione nei movimenti, debolezza muscolare, contrattura del bicipite brachiale, rumori nell’area anteriore della spalla e la possibile formazione di un ematoma.

Trattamenti per l’Infiammazione del Bicipite Brachiale

Il trattamento per la tenosinovite del capo lungo del bicipite varia a seconda della posizione e della gravità del danno. Nel caso di lesioni distali, si preferisce un intervento chirurgico, seguito da un periodo di riposo e un programma di fisioterapia. Per le lesioni prossimali, invece, si adotta un approccio conservativo con fisioterapia e terapie strumentali.

Rieducazione Muscolare: Esercizi Benefici

La fisioterapia può svolgere un ruolo importante nel trattamento di questo disturbo. Gli esercizi mirati, progettati per migliorare la mobilità e la forza, possono contribuire a ridurre il dolore e accelerare il recupero.

Precauzioni nell’Esercizio Fisico

Anche se l’esercizio è fondamentale, è altrettanto importante conoscere i limiti. Quando si tratta di un muscolo infiammato, dovrebbero essere evitati movimenti che causano dolore o disagio. Il riposo è fondamentale, così come la riduzione dell’intensità dell’esercizio.

Ricerca di Assistenza Medica

Se stessi affrontando problemi persistenti legati al tuo bicipite brachiale, potrebbe essere il momento di consultare un esperto. Sul nostro portale, avrai accesso ai migliori ortopedici delle principali città italiane. Non esitare a contattarli per una consulenza: la tua salute è la nostra priorità.

Capo Lungo del Bicipite: infiammazione e cura

Anatomia della spalla

La spalla è una struttura complessa, protagonista di un’infinità di movimenti. Al suo interno, il bicipite brachiale riveste un ruolo essenziale. Questo muscolo è suddiviso in due parti principali: il capo lungo e il capo breve.

Il capo lungo del bicipite si situa lateralmente, originando dalla capsula articolare. Nasce, infatti, dal tubercolo sovra-glenoideo della scapola e dal labbro glenoideo attraverso il suo tendine. D’altro canto, il capo breve deriva dall’apice del processo coracoideo della scapola.

Queste due parti si uniscono per formare un unico ventre muscolare vicino al terzo mediano del braccio. Questo muscolo consente una serie di movimenti, tra cui la flessione e supinazione dell’avambraccio, flessione del braccio, estensione orizzontale, adduzione, abduzione e rotazione interna del braccio.

Cause dell’infiammazione del Capo Lungo del Bicipite

La tenosinovite del capo lungo del bicipite si verifica quando questo muscolo si infiamma. Ciò può accadere a causa di un uso eccessivo, di sovraccarico o di microtraumi, specialmente durante movimenti ripetitivi o attività sportive intense.

Sintomi e diagnosi

I sintomi dell’infiammazione possono variare a seconda dell’entità del danno. Possono essere costanti o manifestarsi prima o dopo l’attività fisica. Alcuni dei sintomi più comuni includono dolore acuto durante i movimenti, rigidità dell’arto, sensazione di gonfiore, calore e bruciore, limitazione nei movimenti, debolezza muscolare, contrattura del bicipite brachiale, rumori nella parte anteriore della spalla e possibile presenza di ematoma.

Trattamenti

Il trattamento dipenderà dalla localizzazione e dalla gravità della lesione. Nel caso di lesioni distali, l’approccio preferito è l’intervento chirurgico, seguito da un periodo di immobilizzazione e fisioterapia. Per le lesioni prossimali, si tende a optare per un trattamento conservativo, basato su fisioterapia riabilitativa e terapie strumentali.

Chirurgia

La chirurgia può essere considerata se i metodi conservativi non danno risultati, o se la lesione è particolarmente grave. L’obiettivo della chirurgia è di ripristinare la funzionalità normale del bicipite, alleviare il dolore e prevenire ulteriori danni.

Capolungo del bicipite esercizi

Nel caso di infiammazione del capo lungo del bicipite, esistono esercizi specifici che possono aiutare a migliorare la mobilità e la forza. Ad esempio, un esercizio consigliato prevede di portare le spalle indietro, portando la testa all’indietro e aprendo la bocca, così da fare arretrare ulteriormente la testa. In questa posizione, si uniscono le spalle, ruotando le mani verso l’esterno e i pollici all’indietro e mantenendo la posizione per qualche secondo per cinque ripetizioni.

Capolungo del bicipite esercizi da evitare

Se hai un’infiammazione del capo lungo del bicipite, non ci sono esercizi specifici da evitare. Tuttavia, è importante sapere che ridurre i movimenti e osservare un adeguato periodo di riposo è fondamentale. Nonostante il dolore, non eliminare mai del tutto il movimento, limitandosi a ridurli, come serie, come peso e come intensità.

Prevenire l’infiammazione della spalla

La prevenzione dell’infiammazione del capo lungo del bicipite include un corretto riscaldamento prima dell’esercizio, una buona tecnica durante l’attività fisica e l’allenamento, e un adeguato periodo di recupero tra gli allenamenti. È anche importante mantenere una buona postura e un corretto equilibrio muscolare.

Se stai sperimentando problemi persistenti con il tuo bicipite, ti consigliamo di contattare uno specialista. Nel nostro portale, puoi trovare i migliori ortopedici, selezionati dalle principali città italiane. Non esitare a contattarli per una consulenza. La tua salute è la nostra priorità.

Come risolvere una lussazione della spalla

In caso di paziente con lussazione alla spalla, il personale medico deve essere pronto a intervenire per ridurre il dolore ed effettuare il corretto intervento di riposizionamento della testa dell’omero.

A seconda del tipo di lussazione diagnosticata, anteriore, posteriore, completa o parziale, gli operatori potranno trovarsi nella situazione di dover utilizzare antidolorifici o analgesici, nonché bende e altri strumenti atti a immobilizzare l’articolazione e accelerare la guarigione.

Tutta l’attrezzatura e gli strumenti utili per effettuare rapidamente il riposizionamento e l’immobilizzazione della spalla potranno essere acquistati presso un rivenditore specializzato come medicalcenteritalia.it, leader del settore dal 1974. Consultando il vasto catalogo online, il medico ha la possibilità di individuare rapidamente i prodotti di cui potrà avere bisogno presso lo studio medico, l’ambulatorio o l’ospedale, al fine di mettere in atto interventi mirati.

Lussazione della spalla: procedimento diagnostico

In molti casi, l’ortopedico è in grado di eseguire la diagnosi di lussazione tramite anamnesi, osservazione diretta del problema e palpazione dell’area danneggiata, senza bisogno di ricorrere ad attrezzature specialistiche.

In particolare, valuterà le caratteristiche con cui si manifesta il dolore, il tipo di trauma che lo ha generato, la mobilità articolare e la presenza di patologie osteo-articolari pregresse.

Laddove temesse la presenza di lesioni profonde che coinvolgano vasi sanguigni e nervi, in presenza di danni ad altre articolazioni o fratture ossee, nonché per classificare correttamente la tipologia di lussazione presente, il medico potrebbe altresì decidere di ricorrere a esami diagnostici per immagini, in particolare radiografia e risonanza magnetica.

In casi specifici, potrebbe essere inoltre richiesta l’esecuzione di una TAC.

I trattamenti per risolvere la lussazione alla spalla

Il trattamento d’elezione per la lussazione della spalla consta generalmente di due fasi:

  • il contenimento del dolore;
  • la sistemazione della testa dell’omero nella cavità glenoidea.

La terapia sintomatica prevede la somministrazione al paziente di farmaci antinfiammatori non steroidei e analgesici.

La seconda fase varierà in base alla tipologia e al livello di lussazione diagnosticata. Una lesione di Bankart derivante dal distacco o dalla mobilitazione del cercine glenoideo in seguito a trauma tenderà ad esempio a cicatrizzare autonomamente, ma in assenza di una manovra di riduzione effettuata da personale esperto, tenderà a recidivare, aumentando il danno articolare.

L’effettuazione della manovra di riduzione della lussazione della spalla deve essere effettuata entro un massimo di 48 ore dal verificarsi del trauma, così da garantire una corretta ripresa della mobilità articolare e limitare il rischio di complicazioni derivanti da danni secondari a nervi e strutture vascolari.

Quando è necessario mettere in atto pratiche dolorose, ma anche per limitare gli spasmi muscolari e aiutare i pazienti a rilassarsi, il medico può decidere di ricorrere ad analgesia procedurale o a sedazione.

Laddove radiografia e risonanza magnetica avessero portato al rilevamento di danni profondi o complicazioni quali fratture ed emorragie, il paziente dovrebbe essere sottoposto a intervento chirurgico effettuato con tecnica tradizionale o in artroscopia. Nel corso dell’operazione potrebbe essere necessario applicare placche o viti per migliorare la stabilità articolare e ridurre il rischio di ricadute.

Le principali tecniche di riduzione delle lussazioni alla spalla

Le manovre di riduzione delle lussazioni che interessano la spalla sfruttano principalmente la rotazione esterna e la trazione di tipo assiale. La scelta della tecnica più adatta dipende dalla diagnosi e dallo stato in cui si presenta il paziente; per questo motivo il medico dovrebbe avere dimestichezza con più tecniche.

Tra le più sicure e utilizzare per il trattamento delle lussazioni che interessano la spalla anteriore rientrano:

  • l’autoriduzione di Davos;
  • la tecnica FARES;
  • la tecnica di Stimson;
  • la manipolazione scapolare;
  • la rotazione esterna;
  • la trazione-controtrazione.

Lussazioni posteriori e inferiori vengono invece trattate generalmente con la sola trazione-controtrazione.

In tutti i casi, il trattamento deve essere eseguito il prima possibile, entro una trentina di minuti dalla diagnosi.

Immobilizzazione della spalla e post-operatorio

Al termine del trattamento di riduzione della lussazione, il medico deve provvedere a bloccare l’articolazione al fine di:

  • evitare la fuoriuscita della testa dell’omero;
  • ridurre il rischio di ulteriori traumi;
  • favorire il processo di guarigione.

A tal fine, potranno essere utilizzati bendaggio elastico e tutore per spalla, i quali dovranno essere mantenuti in posizione per circa venti giorni o a discrezione del medico curante.

Strumenti e accessori per lussazioni alla spalla

La lussazione alla spalla è un evento comune e richiede un intervento immediato. Per poter intervenire prontamente, il medico deve avere a disposizione tutto l’occorrente per:

  • effettuare una diagnosi immediatamente;
  • ridurre il dolore e, se necessario, sedare il paziente;
  • curare eventuali ferite;
  • effettuare la manovra di riduzione più adeguata;
  • intervenire a livello chirurgico;
  • immobilizzare l’articolazione.

Risultano dunque indispensabili, oltre alle strumentazioni per la diagnostica per immagini, disinfettanti, kit per suture, bendaggi elastici, tutori e strumentazioni chirurgiche. Tutti gli strumenti e i prodotti devono essere di elevata qualità e garantire un utilizzo sicuro per la salute del paziente.

Frattura di colles: cos’è, diagnosi e cura

Il radio è una delle due ossa che compongono la struttura scheletrica dell’avambraccio. La lesione dell’estremità distale, ovvero della sezione più vicina alla mano, è definita frattura di Colles e comporta un’impossibilità di movimento dell’articolazione del polso.

Diverse sono le cause che influiscono su questa condizione e quindi le cure a cui si ricorre per la risoluzione ottimale della frattura di Colles al fine di riportare la struttura ossea nella corretta funzione. Sulla base della diagnosi il medico ortopedico sceglierà la terapia e la cura più idonea.

Per comprendere meglio la frattura di Colles è necessario dedicare la giusta attenzione alla stessa.

Frattura di Colles: cos’è

Frattura di Colles è così definita in onore del chirurgo irlandese Abraham Colles che, nel 1814, individuò per primo questo tipo di infortunio osseo senza avvalersi della radiografia, all’epoca non ancora disponibile.

Ad oggi, quando si parla di frattura di Colles, si identificano tutte le fratture relative all’estremità distale del radio. Questo osso costituisce con l’ulna lo scheletro dell’avambraccio. La frattura in questione comprende tutte le lesioni di quello definito polso, ovvero quella comprensiva del carpo scafoide e semilunare.

Questa lesione è conosciuta anche con altri nomi tecnici, quali frattura trasversa del polso, frattura del radio distale, frattura “a baionetta” e frattura “a dorso di forchetta”. È caratterizzata da un dolore persistente che impedisce a chi ne è colpito di afferrare oggetti senza avvertire un dolore. Può inoltre presentarsi anche un gonfiore e un’ecchimosi nella zona interessata.

Le cause della frattura

Le cause che possono provocare la cosiddetta frattura di Colles sono molteplici, complice la sensibilità delle ossa interessate dalla stessa. Una delle più frequenti è il trauma provocato da una caduta accidentale in seguito alla quale il paziente ha provato a proteggersi sporgendo le mani in avanti per evitare l’impatto.

È fondamentale comprendere che non è la semplice caduta a provocare la lesione, in quanto questa può essere aggravata da numerosi fattori, biologici e no, che comportano un indebolimento della struttura ossea. La frattura di Colles può infatti essere aggravata dall’età avanzata o troppo giovanile, due porzioni di tempo in cui le ossa sono più deboli e quindi più soggette a fratture, ma anche dall’osteoporosi, una malattia del sistema scheletrico che comporta un indebolimento dello stesso. Anche la pratica sportiva di determinate discipline aumenta il rischio di possibilità di frattura di Colles in quanto è più probabile rischiare una caduta in avanti. Anche la carenza di vitamina D e di calcio all’interno dell’organismo può provocare una fragilità ossea che comporta una tendenza alle fratture.

La diagnosi e la cura della frattura di Colles

Se in seguito ad una caduta si verifica una situazione di dolore e gonfiore in prossimità del polso è indicato procedere con una diagnosi accurata finalizzata all’identificazione della frattura di Colles. Questa, con i moderni mezzi ospedalieri a nostra disposizione, può facilmente essere individuata in seguito ad una radiografia a raggi X.

Accertata la presenza della frattura, si procede secondo la gravità della stessa optando per la terapia conservativa o chirurgica. La prima è adottata in casi di frattura di Colles di non grave entità e che quindi non comportano una lesione scomposta o leggermente tale delle ossa e che quindi può essere risolta con una piccola manipolazione. In questo caso si procede con l’immobilizzazione attraverso l’ingessatura tra mano e avambraccio al fine di impedire al paziente movimenti che potrebbero peggiorare la sua condizione.

Il trattamento chirurgico è invece adottato in casi di lesione gravi, ovvero quando la frattura è molto scomposta e richiede un intervento più delicato per il corretto riposizionamento delle ossa, anche supportato dall’adozione di placche o viti. In seguito a questo si utilizza il gesso per immobilizzare il polso.

In entrambi i casi si necessita di una successiva riabilitazione fisioterapica per recuperare la corretta funzione anche muscolare.

Frattura ulna e radio: trauma osseo negli adulti e nei bambini

Nel nostro precedente articolo abbiamo approfondito il tema riguardante la frattura all’epifisi distale del radio, sottolineando come questa sia una problematica che si verifica maggiormente nei soggetti giovani che svolgono sport e negli anziani.

Questo è un tipo di infortunio che implica la rottura di una, o entrambe le ossa dell’avambraccio a livello del polso.

L’avambraccio è formato da due ossa, il radio e l’ulna. Se si rivolge il palmo della mano verso l’alto, l’ulna è l’osso più interno dell’avambraccio e forma un’articolazione con l’omero a livello del gomito mentre, a livello del polso, si articola con otto piccole ossa del carpo.

Parliamo di frattura di Colles in riferimento alla frattura della epifisi distale del radio, con associato il distacco della stiloide ulnare, che si verifica in seguito ad una violente caduta a braccio esteso sul palmo della mano, provocando la rottura dell’osso del polso.

In caso di forte caduta, se la resistenza scaricata supera la resistenza elastica dell’osso, potrebbe verificarsi una frattura.

Questo tipo di trauma si verifica spesso insieme ad altre lesioni come ad esempio distorsione o lussazione del polso o del gomito.

È possibile classificare la frattura dell’ulna e radio in:

  • Frattura composta: in questo caso lo spostamento dei frammenti ossei è minore del 30%, quindi le ossa mantengono il loro originale allineamento anatomico. Sarà necessario l’utilizzo di un tutore o l’applicazione del gesso nella zona interessata.
  • Frattura scomposta: qui lo spostamento dei frammenti ossei è maggiore del 30% o va oltre i 10-15° di angolazione. In questa circostanza, lo specialista valuterà se risolvere con un intervento chirurgico.

Gli anziani (generalmente dai 60 anni in sù) sono più esposti a frattura ad ulna e radio in quanto la loro struttura ossea è più debole ed è quindi più facile che subiscano traumi da caduta.

Sintomi e conseguenze

Uno dei principali sintomi legati ad una frattura ad ulna e radio è il dolore forte al polso o all’avambraccio nel momento stesso della caduta. I sintomi potrebbero stabilizzarsi rapidamente e il dolore potrebbe intensificarsi durante la notte o al mattino appena svegli.

Oltre all’inteso fastidio, la zona interessata potrebbe anche gonfiarsi.

In caso di grave trauma, come ad esempio lo spostamento osseo, il paziente potrà notare una deformità nella regione in questione.

Alcune conseguenze possono essere:

  • La sindrome del tunnel carpale;
  • La perdita di forza e sensibilità al pollice, indice e medio;
  • Artrosi a livello del polso;
  • Rottura di un tendine;
  • Rigidità del polso e della dita;
  • Morbo di SUdeck;
  • Algodistrofia.

I tempi di recupero dopo una frattura ad ulna e radio dipendono dalla gravità del trauma stesso, dall’età del paziente e dalle terapie che si effettuano. Mediamente, in un soggetto giovane il periodo di ripresa può essere di 2/3 mesi mentre in un soggetto di età avanzata può essere di 5/6 mesi.

Frattura scomposta del radio e ulna nei bambini

Questo tipo di frattura è molto frequente nei bambini e rappresenta circa il 40% delle fratture in età infantile.

La rottura sia dell’ulna che del radio, viene definita frattura biossea dell’avambraccio.

La frattura radio e ulna nei bambini ha caratteristiche differenti rispetto a quella nell’adulto in quanto le ossa e la cartilagine in età infantile sono in fase di crescita.

Ai bambini può essere diagnosticata una frattura a legno verde che consiste nella lesione della parte interna dell’osso ma il periostio rimane intatto.

Le fratture nei bambini subiscono un naturale rimodellamento nel tempo (al contrario dell’adulto) e questo comporta una spontanea correzione di alcune deviazioni residue durante il periodo della maturazione scheletrica.

Spesso la consapevolezza della rapida guarigione della frattura nel bambino, può portare a sottovalutare la reale gravità del trauma subito.

La terapia è quasi sempre di tipo conservativa e prevede l’implementazione dell’apparecchio gessato per circa 3-4 settimane.

I tempi di recupero variano da individuo ad individuo e qualunque tipo di attività fisica dovrà essere ripresa con cautela e progressivamente.

Frattura del piede: sintomi, diagnosi e cura

Il piede possiede 26 ossa ed è diviso in tre regioni:

  • Tarso (regione posteriore);
  • Metatarso (regione intermedia);
  • Falange (le ossa delle dita).

Il piede, inoltre, è composto da una complessa struttura fatta di legamenti e tendini e qualsiasi lesione che coinvolga parta di questa struttura, può intaccare il movimento del piede e determinare deformità e difficoltà nello svolgere semplici azioni quotidiane. 

I traumi a cui può essere sottoposto il piede sono diversi e diverse possono essere le cause. 

Nel coinvolgimento di una o più ossa, possiamo distinguere diverse tipologie di fratture che possono essere composte (le due parti di osso restano nella loro naturale sede anatomica) o scomposte (i segmenti ossei sono fuori posto rispetto alla loro naturale sede e non sono più allineati).

Le fratture più frequenti sono quella del metatarso e dello scafoide (frattura collo del piede), mentre la meno grave (microfrattura al piede) è quella delle falangi perchè di facile ricomposizione. 

Invece, tra le fratture più complesse troviamo quelle all’astragalo (osso che collega calcagno e tibia-perone) e del calcagno. 

Cause e sintomi della rottura del piede

Ma quali sono le cause più frequenti relative alla frattura del piede?

  • Incidenti;
  • Traumi sportivi;
  • Cadute
  • Stress causato da usura e movimenti ripetitivi;
  • Osteoporosi che causa fragilità alle ossa con conseguenti lesioni senza particolari traumi. 

A seconda del punto di lesione, i sintomi generici possono essere:

  • Difficoltà nel reggersi in piedi;
  • Gonfiore nella zona interessata;
  • Comparsa di ematoma;
  • Dolore inteso;
  • Fuoriuscita dell’osso.

Se uno o più sintomi dovessero presentarsi in seguito ad un trauma, è importante recarsi il prima possibile da un ortopedico specialista per potersi sottoporre ad un trattamento adeguato.

Nella maggior parte dei casi, ci si dovrà sottoporre ad una radiografia che consente di visionare la presenza di fratture e di individuarne la sede. In altri casi è necessario effettuare ulteriori esami come la Tac o la risonanza magnetica.

Trattamenti frattura del piede

A seguito della frattura al piede, la prima cosa da fare è applicare del ghiaccio ed immobilizzare la zona affinché il dolore possa ridursi. In alternativa si può assumere un antidolorifico.

Per determinate tipologie di fratture, si dovrà ricorrere al gesso per immobilizzare la zona d’interesse.

In casi estremi è necessario sottoporsi ad un intervento chirurgico, il cui scopo è quello di ricomporre i frammenti e saldare con viti metalliche, perni o piastre che saranno poi rimosse dopo la fase di guarigione.

Fondamentale sarà la riabilitazione fisioterapica in quanto aiuterà a ristabilire la giusta configurazione dei movimenti e a rinforzare la struttura muscolare.