Frattura del malleolo peroneale: dall’urgenza clinica al ritorno in carico
Quando un trauma stradale o una torsione in campo sportivo provoca un dolore violento alla caviglia, la frattura del malleolo peroneale diventa una delle prime ipotesi diagnostiche. In Italia, questa lesione pesa sul pronto soccorso ortopedico con numeri stabili: oltre il 60 % degli episodi interessa un solo malleolo, e il laterale risulta il più esposto. Il problema, però, non è soltanto l’osso rotto: dipende dalla stabilità dell’articolazione tibio-tarsica e dalle scelte terapeutiche che ne conseguono. A valle dell’impatto iniziale, la soluzione passa da un percorso calibrato che parte dalla diagnosi radiologica e si chiude con la riabilitazione.
Definizioni
La caviglia si fonda su due pilastri ossei: il malleolo mediale della tibia e quello laterale del perone. Assieme disegnano la “pinza” che accoglie l’astragalo, cardine dei movimenti di dorso- e plantiflessone. La frattura del malleolo peroneale rompe questo equilibrio in vari modi. Si parla di frattura composta quando i frammenti restano allineati, di frattura scomposta quando si spostano; chiusa se la cute è integra, aperta se l’osso lacera i tessuti. La classificazione più clinica distingue poi lesioni stabili e instabili: nelle prime la pinza conserva la geometria originaria, nelle seconde la congruenza articolare è compromessa.
Cause
Il meccanismo dominante è la torsione: una rotazione eccessiva del piede, tipica di un cambio di direzione a basket o di una buca imprevista mentre si corre, supera la resistenza dei legamenti e scarica la forza sull’osso laterale. Seguono le cadute da altezza scale di casa comprese e gli impatti ad alta energia tipici degli incidenti stradali. Non esiste una netta prevalenza di genere; l’età, invece, conta: ossa meno elastiche e riflessi ridotti aumentano il rischio di frattura in chi ha superato i sessant’anni.
Diagnosi
L’iter parte dall’esame obiettivo: dolore puntiforme, gonfiore, ematoma e limitazione funzionale indirizzano subito l’attenzione su un danno osseo. Il sospetto si rafforza se la caviglia appare deformata o se il paziente non riesce a sostenere il proprio peso per quattro passi consecutivi. La radiografia in due proiezioni conferma quasi sempre la frattura e chiarisce se risulta composta o meno. Nei casi complessi o dubbi si aggiunge la tomografia assiale computerizzata (TAC), che ricostruisce i frammenti in tre dimensioni, o la risonanza magnetica, utile a mappare eventuali lesioni legamentose.
Classificazione
I numeri guidano la scelta terapeutica. Le fratture unimalleolari valgono circa il 70 % dei casi: fra queste, quelle peroneali composte e stabili rappresentano la fetta più ampia. Le bimalleolari si assestano intorno al 15-20 %, mentre le trimalleolari che coinvolgono anche la porzione posteriore della tibia — non superano di norma il 12 %. La forma pluriframmentaria e la comminuzione aumentano la gravità perché riducono la superficie di contatto e complicano l’eventuale osteosintesi.
Trattamento
Qualora la frattura risulti stabile e composta, il medico opta spesso per l’immobilizzazione con gesso o stivaletto rigido. La letteratura indica un periodo di quattro settimane minimo, che può salire a otto per garantire la formazione del callo osseo. Al contrario, una lesione instabile, scomposta o associata a dislocazione articolare impone l’intervento chirurgico. Placche e viti riallineano i frammenti e ripristinano la pinza tibio-peroneale; nelle prime due settimane, però, la stabilità meccanica dell’impianto viene protetta da un tutore e dal divieto di carico.
La tempistica di consolidamento segue tappe biologiche abbastanza costanti: 30-40 giorni coprono la fase infiammatoria e di callo provvisorio, entro i 60 giorni l’osso raggiunge la maturazione sufficiente per un carico progressivo. Corsa e sport di contatto, di solito, attendono il terzo o quarto mese.
Riabilitazione
Archiviata la fase acuta, la riabilitazione mira a gestire dolore ed edema con tecniche fisiche (crioterapia, ultrasuoni, tecar) e a recuperare la mobilità articolare. Segue il rinforzo muscolare della loggia peroneale e del tricipite surale, fondamentale per ripristinare la spinta in cammino. Gli esercizi di propriocezione dalle tavolette oscillanti al bosu — riducono il rischio di recidiva allenando l’equilibrio neuromotorio. Il carico viene modulato con stampelle: prima sfiorato, poi parziale, infine totale. Nelle fratture operate, un protocollo di fisioterapia inizia spesso dopo la rimozione dei punti e procede in parallelo con i controlli radiografici di consolidamento.
Quando il medico autorizza la ripresa del carico, può essere utile passare a una protezione più “dinamica” rispetto al gesso, soprattutto se persistono edema, dolore residuo o instabilità. In questi casi, i Tutori Walker aiutano a controllare i movimenti della caviglia e a gestire il ritorno alla deambulazione con maggiore sicurezza, grazie alla struttura rigida e alla possibilità di modulare il carico in modo progressivo.
Complicanze
Le fratture aperte portano con sé il rischio di infezione ossea e di danno ai tessuti molli; quelle scomposte, se ridotte male, possono tradursi in malallineamenti che accelerano l’artrosi di caviglia. La rigidità articolare, frequente dopo lunghi periodi di immobilità, si combatte più facilmente con una fisioterapia tempestiva che con terapie farmacologiche. Nei soggetti anziani o diabetici il tempo di guarigione si allunga e l’edema residuo persiste più a lungo, fattori che obbligano a un monitoraggio vascolare costante.
Prevenzione
Una caviglia forte e mobile sopporta meglio le torsioni. Programmi di allenamento propriocettivo, calzature adeguate e superfici di gioco ben mantenute riducono gli infortuni sportivi. In ambito domestico, luce sufficiente e corridoi liberi da ostacoli tagliano il numero di cadute negli over 65, la fascia anagrafica più vulnerabile. Chi ha già subito una distorsione deve seguire controlli regolari: un legamento cicatrizzato male impoverisce la pinza malleolare e aumenta il carico sul perone.
La frattura del malleolo peroneale si risolve con buone prospettive funzionali quando la scelta terapeutica si basa su tre pilastri: diagnosi tempestiva, stabilizzazione adeguata e riabilitazione personalizzata. I tempi di recupero due mesi per camminare senza dolore, quattro per tornare allo sport rappresentano soglie realistiche più che promesse rigide, ma dipendono dalla stabilità ottenuta in sala operatoria o con il gesso. Attenzione, infine, a non sottovalutare i segnali tardivi: dolore insistente o gonfiore che non scende suggeriscono un controllo radiologico per scongiurare complicanze degenerative.
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